Istanbul: la città dove l’Asia incontra l’Europa.

“Istanbul: la città dove l’Asia incontra l’Europa” di Federico Dini

Sono su un aereo che da Francoforte mi sta portando ad Istanbul, eppure questa meta sembra essere un luogo ben più distante delle 2 ore e 20 minuti di volo necessarie per raggiungerla. Istanbul l’ho sempre immaginata come un territorio di confine, una sorta di colonne d’ Ercole poste ad oriente: al di là di esse quell’immenso e misterioso continente che e’ l’Asia. Bisanzio, Costantinopoli, la via della seta, commercianti di spezie, emigranti verso la Germania in cerca di fortuna sono alcune delle immagini che si accavallano nella mia mente in ordine sparso. Tuttavia le luci della città che ormai si iniziano a scorgere dal finestrino dell’aereo in atterraggio, pongono fine istantaneamente alle mie fantasie lasciando spazio esclusivamente al desiderio di immergermi nelle sue strade per scoprirne i segreti.

Uscito dall’aeroporto, uguale a tutti gli altri di ogni grande metropoli del pianeta (uno di quei “non-luoghi” come li definisce il sociologo francese Marc Augè), ho bisogno di un taxi. Mi ricordo di aver letto che la Turchia e’ uno di quei paesi dove la contrattazione sta alla base di ogni scambio commerciale ma sono le 5 del mattino e sono troppo stanco: mi affido al tassametro.
La strada che porta dall’aeroporto verso il centro costeggia il Mar di Marmara. Piove, il clima e’ caldo ed umido. Provo ad intraprendere una conversazione con il tassista ma parla solamente turco. Mi rassegno al silenzio e mi adagio sul sedile posteriore, osservo fuori dal finestrino. Ho la sensazione di essere in una specie di Napoli degli anni 70: il look del tassista, i taxi che sono in grande maggioranza delle Fiat 131 in versione turca, ed anche l’albergo nel quale finalmente arrivo. E’ un hotel che vanta 4 stelle e nel 1975 sicuramente doveva valerle tutte ma e’ come se il tempo si fosse cristallizzato in quello stesso istante. Sembra che in 30 anni niente sia cambiato. Nella camera che mi danno tutto è in tema; anche la Tv, che è un prezioso oggetto di archeologia industriale ma non vuole saperne di funzionare.
Mi sveglio il mattino seguente deciso ad iniziare l’esplorazione della città antica. Istanbul e’ divisa infatti in tre parti principali: sulla sponda europea si trovano la parte antica – dove sorgono i monumenti più noti – e quella moderna a nord del Corno d’Oro. Dall’altra parte del Bosforo si estende la città asiatica. Esco dall’ albergo e cammino per Yeniceriler Caddesi, una delle arterie principali della città antica in direzione della zona dove sorgono la Moschea Blu, Santa Sofia ed il Palazzo di Topkapi. Ad un tratto si diffonde nell’aria una preghiera: ogni minareto è dotato di altoparlanti che 5 volte al giorno, diffondendo i canti del Muezzin, richiamano i fedeli alla preghiera. La situazione ha del surreale: 12 milioni di persone, ognuna presa dalle proprie faccende personali, ad un tratto si fermano come per ricordarsi di un’altra vita, quella che trascende il lavoro e con esso tutti gli affanni del quotidiano, quella vita dello spirito che per i musulmani è accordo con la volontà di Allah. Il canto dura qualche minuto, al termine del quale la città riprende l’atmosfera usuale.

Fedeli musulmani prima di entrare nella moschea di Solimano.

Una delle prime cose nelle quali ci si imbatte arrivando a Istanbul e’ la figura di Ataturk: fin dall’ arrivo all’aeroporto internazionale a lui dedicato la sua figura non ti abbandona mai, ripresentandosi puntualmente sotto forma di ponte, piazza, viale, statua, stazione ferroviaria, scuola, università; più una serie infinita di iconografie a scopo sia evocativo che commerciale.
Mustafa Kemal, detto Ataturk [1881-1938] ha conquistato la propria fama in quanto fondatore della Repubblica Turca e grande riformatore dello stato e della società. Dopo aver proclamato la nascita della Repubblica il 29 ottobre del 1923 intraprese una serie imponente di radicali riforme con lo scopo di avvicinare la Turchia agli stati più avanzati dell’epoca. Proclamò la laicità dello stato, riscrisse la costituzione ed il sistema giudiziario ispirandosi ampiamente agli stati europei, adottò l’alfabeto ed il calendario latini a scapito di quelli arabi, concesse parità di diritti (compreso quello di voto) alle donne, vietò loro l’uso del velo e molto altro. Naturalmente tutte queste riforme trovarono una certa opposizione, per superare la quale decise di far eliminare un centinaio di avversari politici. Alla fine Ataturk riuscì a portare a compimento la propria strategia politica e gli sforzi compiuti dettero dei risultati che consentirono alla Turchia di colmare una parte del divario che la separava dai paesi moderni, e per questo il popolo cominciò a considerarlo il “padre di tutti i turchi”.

Attraverso i bei giardini compresi tra la Moschea Blu e S. Sofia e mi addentro nel quartiere di Sultanahmet: e’ un quartiere molto pittoresco e silenzioso, costituito da una gran quantità di vicoli adagiati su una collina che degrada verso il mare. L’atmosfera è molto genuina, fatta di bambini che giocano per strada e gruppi di donne che conversano sulla porta delle loro abitazioni: la folla dei turisti per il momento ha deciso di risparmiare questo angolo della città. Passeggiando per uno di questi vicoli passo davanti ad un tipico locale dove si fuma il narghilè; sembra abbastanza autentico e decido di entrare. Il posto è molto accogliente grazie agli arazzi che ricoprono le pareti, i bei tappeti sui pavimenti e soprattutto un terrazzo con vista sul Bosforo davvero incantevole. Mi siedo ad un tavolo e chiedo un narghilè, il tabacco aromatizzato che viene usato per fumare e’ molto piacevole, grazie anche al fatto che il fumo passando attraverso l’acqua risulta meno fastidioso. In ogni caso se la gola dovesse seccarsi c’e’ un rimedio istantaneo: l’ottimo te turco che immancabilmente e’ presente su ogni tavolo. Il fumo induce un piacevole stato di rilassamento, i suoni si attutiscono ed il tempo sembra dilatarsi, niente di lisergico ma quel che basta per far volare la fantasia mentre guardo le navi che attraversano lo stretto. I clienti sono in grande maggioranza turchi. Osservo le loro facce, sono decisamente centro asiatiche ed i loro tratti somatici caratteristici si possono ritrovare nelle popolazioni di tutti i paesi che si estendono dall’India fino alle regioni meridionali dell’Italia. Alcuni poi sembrano decisamente europei, capelli biondi ed occhi azzurri; altri mostrano lineamenti che ricordano la razza mongola. Seduta ad un tavolo vicino al mio c’e’ una coppia di sposi con alcuni parenti ed amici. La sposa indossa un vestito nuziale bianco di taglio occidentale e sfoggia un’acconciatura biondo platino. Tra i clienti del locale ci sono sia uomini che donne e quest’ultime sono vestite sia nei costumi tradizionali, compreso il velo, che all’occidentale. L’impressione e’ che quello turco sia un Islam molto tollerante, senza per questo voler affermare che vi sia una resa totale all’invasione dei valori occidentali.

Sultanahmet, passeggiando per i vicoli

Dopo aver cenato decido di uscire per avere un primo contatto con la vita notturna della città. Prendo un tram che passando per la parte antica della città si dirige verso la sponda del Corno d’Oro. Scendo dal tram ed attraverso il ponte di Galata a piedi: la vista della città di notte e’ assolutamente struggente. Guardando verso la parte antica spiccano su tutto la Moschea Nuova (Yeni Camii) e più in alto sulla destra la moschea di Solimano (Suleymaniye Camii) con le loro cupole ed i loro minareti che, slanciati e protesi verso l’azzurro del cielo notturno, sembrano indicare una tra le innumerevoli stelle. Dall’ altra parte, volgendo lo sguardo verso Istanbul moderna, si impone alla vista la collina sulla quale svetta la torre di Galata di origine genovese. In lontananza, dall’altra parte del Bosforo, una serie infinita di luci che fanno scintillare le colline della parte asiatica della città.
Sotto la sede stradale il ponte ospita numerosi ristoranti e bar, tutti molto affollati, in molti dei quali si suona musica tradizionale turca dal vivo: si tratta, per la maggior parte, di musica di matrice medio orientale cantata in turco con qualche concessione alla modernità consistente in qualche suono di sintetizzatore e batteria elettronica. Al contrario la musica occidentale non sembra essere molto diffusa.

La mattina seguente continuo la mia esplorazione della città antica, ponendomi come meta il Gran Bazar e la moschea di Solimano.
Il Gran Bazar e’ un enorme mercato coperto le cui origini risalgono al XV secolo. E’ costituito da un gran numero di strade, stradine e piazzette completamente coperte, ognuna delle quali ospita una corporazione: orafi, venditori di abiti, oggetti in ottone, tappeti etc. Qui da oltre 500 anni si commercia di tutto ed è il luogo dove in passato, si potevano trovare i prodotti portati dalle carovane provenienti da tutta l’Asia. Durante la sua storia il bazar e’ stato distrutto più volte dagli incendi ed ogni volta e’ stato ricostruito ed ampliato. Quello che vediamo adesso risale all’inizio del XIX secolo ed ospita 4000 attività commerciali distribuite su una superficie complessiva di 200.000m2. Ogni strada e’ affollatissima: turisti alla ricerca di un souvenir, gente qualunque che compra oggetti di uso quotidiano e, sul brusio indistinto di questa umanità dedita al commercio, spiccano gli ammicchi ossessionanti dei venditori. In tutta Istanbul è impossibile soffermarsi un solo istante davanti ad una qualsiasi attività commerciale senza essere immediatamente intercettati da persone che cercano di convincerti ad acquistare un loro prodotto. Talvolta può essere un pretesto per instaurare una conversazione di un qualche interesse, più spesso è semplicemente fastidioso!

Il Gran Bazar, il mercato più grande ed affollato della città.

Proseguo a piedi camminando per delle stradine in salita che portano in cima alla collina sulla quale sorge la Moschea di Solimano. L’atmosfera è abbastanza caotica: ci sono veicoli fermi in mezzo alla strada che bloccano il traffico, bambini che giocano, gruppi di anziani che conversano.
Solimano il magnifico ordinò la costruzione di questa moschea nel 1550. All’ esterno della moschea si trova un cortile a portici, entrato nel quale vengo sorpreso dal canto del muezzin; su un lato ci sono una serie di fontanelle nelle quali i fedeli si lavano i piedi prima di entrare nella moschea. Per i non musulmani c’e’ un ingresso separato ed alle donne viene fornito il velo con il quale devono coprirsi la testa, per tutti vige l’obbligo di togliersi le scarpe. All’interno mi appare un grande spazio aperto, una parte del quale è riservato ad i musulmani dediti alla preghiera, l’altro invece è accessibile a tutti. Ci sono molte persone sedute in terra sui tappeti che ricoprono tutto il pavimento della moschea. Le donne musulmane hanno uno spazio a loro riservato delimitato da una sorta di paravento in legno che le sottrae alla vista degli uomini. Si respira un’atmosfera di misticismo piuttosto autentica.
La sera decido di andare nella zona di piazza Taksim, il cuore della città moderna e della vita mondana, che con i suoi mille locali aperti tutta la notte, anima le serate della gioventù appartenente alle classi medio alte ed occidentalizzate. Questo quartiere e’ più recente rispetto al resto della città, i primi insediamenti risalgono infatti al XVI secolo. Furono i francesi che stabilendo qui la loro ambasciata dettero l’impulso che determinò l’espansione di questa zona della città. Dopo di loro anche molte altre ambasciate europee stabilirono qui la propria sede ed il quartiere assunse così il suo carattere decisamente internazionale e cosmopolita che ancora oggi lo distingue. Tutto sembra essere decisamente più europeo che nel resto di Istanbul: l’architettura, i costumi ed il tenore di vita. Ogni strada intorno ad Istiklal Caddesi, l’arteria pedonale che va da piazza Taksim a Tunel, e’ un susseguirsi ininterrotto di ristoranti, locali notturni e negozi di ogni tipo che rimangono aperti fino a notte inoltrata; ovunque ci sono luci e musica. Un numero impressionante di persone affolla le strade: giovani alla moda (occidentale), ragazze con piercing e tatuaggi che bevono birra nei locali dove si suona musica rock, famiglie borghesi, comunità gay e trans, coppie le cui donne hanno il volto completamente coperto dallo chador. Una passeggiata per Taksim, soprattutto se confrontata con una nei quartieri più popolari della città dove la cultura islamica e’ più saldamente radicata, mette in luce la ricchezza, le diversità e le contraddizioni che sembrano essere la caratteristica fondamentale di Istanbul: l’anima centro asiatica della città convive con quella europea, la tradizione islamica non impedisce il manifestarsi di forme anche molto avanzate di laicità dei costumi e presupposti apparentemente così lontani tra loro sembrano convivere gomito a gomito in modo assolutamente armonico, denotando così in modo inequivocabile la profonda tolleranza insita nell’anima della città.
Lasciando la strada principale ed addentrandomi in un vicolo laterale, entro in un locale attratto dalla musica che arriva fino in strada. All’ interno un duo composto da una cantante ed un suonatore di Baz, uno strumento tradizionale, esegue musica curda. Il locale è carino, la musica ottima ed alla fine in quanto italiano mi fanno uno sconto del 50% su un conto già molto basso: risultato per due birre a sedere godendo di ottima musica spendo 3YTL (2 Euro)!

Da Eminonu, vicino al ponte di Galata, partono i vapur ossia le imbarcazioni che trasportano i passeggeri da una riva all’altra del Bosforo. Salgo su un vapur diretto a Kadikoy dove ogni martedì si svolge un mercato molto animato. La traversata, che dura circa 20 minuti, offre l’occasione di osservare le tre parti della città dal mare: Istanbul vecchia sulla quale spiccano la Moschea Blu, Santa Sofia e la Moschea di Solimano con le loro cupole ed i loro minareti; Istanbul nuova con i suoi modernissimi grattacieli ed infine la parte asiatica dall’aspetto più tranquillo e residenziale. Vista dal mare la città mi colpisce di nuovo per la sua somiglianza con Napoli: i colori, l’architettura ed il clima sono decisamente mediterranei.

Il mercato di Kadikoy, nella parte asiatica della città.

Kadikoy e’ una zona affollatissima, le arterie principali così come i vicoli nei quali ha luogo il mercato sono invasi da una impressionante marea umana. Il commercio sembra essere la vera anima di questa città. Tutte le strade di Kadikoy, così come quelle di tutto il resto di Istanbul sono un susseguirsi ininterrotto di attività commerciali. E’ una cultura del commercio che sembra non conoscere confini di sesso, età ed orario. Uomini e donne, bambini compresi, a qualsiasi ora del giorno e della notte perpetrano incessantemente questo rito e coloro che, meno fortunati, non possiedono un luogo stabile dove esercitare la professione camminano semplicemente per strada cercando di vendere dei fazzoletti di carta piuttosto che del profumo contraffatto ai passanti.
Stanco ed in cerca di ristoro entro in una delle numerosissime pasticcerie deciso ad assaggiare i dolcetti molto invitanti esposti in vetrina. Sono dolci molto buoni a base di pasta sfoglia, miele e pistacchi che accompagno con un bicchierino di te turco.
Riprendo il vapur per Eminonu, quindi mi incammino a piedi verso il Bazar Egiziano, ovvero il mercato delle spezie. Ancor prima della costruzione del bazar, in questo luogo veneziani e genovesi commerciavano spezie tra l’Europa e l’Asia; poi nel 1660, utilizzando i proventi delle tasse riscosse in Egitto, gli Ottomani costruirono la struttura che oggi vediamo. Come era facile prevedere anche questo mercato è affollatissimo. La struttura e’ simile a quella del Gran Bazar anche se di dimensioni inferiori: una serie di strade coperte sulle quali si affacciano i negozi. Su tutto spiccano l’odore ed i colori delle spezie, quelle spezie che oggi possiamo trovare sugli scaffali di un qualsiasi supermercato ma che ancora nell’ottocento rappresentavano un esotismo per permettersi il quale gli europei dovevano affidarsi a mercati come questo.
La sera per riprendermi dalle fatiche della giornata decido di regalarmi un bel bagno turco. Sono nel quartiere di Sultanahmet ed entro in un hamam che risale al 1554: superata la stanza dell’ accoglienza gli uomini vengono separati dalle donne e vengo così condotto verso il mio spogliatoio che consiste in un piccola stanzetta riservata, all’interno della quale si trova un lettino sul quale riposare dopo il massaggio. Mi viene detto di spogliarmi completamente e di indossare un asciugamano. A questo punto sono pronto per il bagno e vengo invitato ad entrare in una sala bellissima di forma circolare, sormontata da una cupola dotata di una serie di fori che consentono alla luce esterna di illuminare la sala. Ai lati ci sono 4 stanzette ricavate in delle specie di nicchie all’interno delle quali si trovano delle fontanelle di acqua calda e fredda: gli uomini dopo aver ricevuto il massaggio, si siedono al lato di queste fontanelle e si godono il relax bagnandosi ripetutamente il corpo. Al centro della sala principale c’e’ una grande superficie di marmo riscaldata di forma ottagonale rialzata da terra sulla quale gli uomini si sdraiano in attesa del massaggio. Pavimenti, rivestimenti delle pareti, tutto è in marmo tranne la volta della cupola; non c’e’ niente nella struttura architettonica ne’nelle persone che ne denoti l’epoca: sembra di essere in uno spazio fuori dal tempo. L’aria e’ molto calda ed umida, rapidamente si comincia a sudare, rimango sdraiato sulla superficie di marmo in attesa del mio turno per il massaggio osservando gli altri clienti mentre ricevono il loro. Il massaggio inizia con un guanto leggermente abrasivo che viene passato energicamente su tutto il corpo per rimuovere le cellule morte della pelle, poi si viene insaponati con una gran quantità di schiuma e sciacquati con delle secchiate di acqua calda. A questo punto inizia il massaggio vero e proprio che non dura più di 5 minuti. I massaggiatori sono dei corpulenti e maturi signori turchi vestiti solamente con un asciugamano stretto intorno alla vita ognuno dei quali usa una tecnica di massaggio leggermente diversa dagli altri soprattutto per ciò che concerne la violenza con la quale esso viene eseguito. Assisto ad un massaggio fatto a spese di un turista giapponese che comprende il calpestamento del malcapitato con tanto di ciabatte al quale lo sventurato reagisce con smorfie e malcelate urla di dolore! Attendo con una certa inquietudine il mio turno ma per fortuna il mio massaggiatore si rivela essere molto più magnanimo e tutto si risolve in un massaggio energico ma piacevole che una volta terminato mi lascia in uno stato di totale relax.

Un lustrascarpe.

Dopo una nottata trascorsa dormendo profondamente, grazie al bagno turco della sera precedente, esco dall’albergo con l’intenzione di dedicare la giornata alle principali attrazioni turistiche di Istanbul: Santa Sofia, la Moschea Blu e Palazzo Topkapi. Sono i santuari del turismo di massa ed il risultato e’ che il valore artistico, storico e religioso di questi luoghi di per se unici e’ costretto a convivere con le moltitudini di gitanti che li usano come sfondi per le loro foto ricordo.
La Moschea Blu fu costruita su ordine del sultano Ahmet I il quale intendeva realizzare una moschea più prodigiosa della vicina Santa Sofia, per raggiungere lo scopo volle che la moschea fosse dotata di 6 minareti cosa che all’epoca poteva essere vantata solamente dalla Moschea della Mecca. I lavori terminarono nel 1616. Entrando all’interno si scopre a cosa l’edificio deve il suo nome: tutte le pareti sono interamente ricoperte di piastrelle in ceramica sulle quali sono decorati motivi geometrici di colore blu, il colpo d’occhio e’ impressionante. Alcuni musulmani dediti alla preghiera si mischiano ai numerosissimi visitatori intenti a catturare immagini, cosicché gesti facenti parte della prassi religiosa islamica vengono trasformati in una esibizione per intrattenere turisti distratti ed annoiati.
Poco lontano dalla Moschea Blu, camminando per dei bei giardini si raggiunge Santa Sofia, il simbolo del trionfo dell’Impero Ottomano e dei musulmani sul mondo cristiano e l’occidente. L’edificio, costruito per ordine dell’imperatore Giustiniano ed inaugurato nel 537, e’ stato per quasi un millennio la più grande cattedrale del mondo cristiano per costruire la quale furono impiegati i migliori architetti dell’epoca e risorse tali da mettere in crisi le finanze dell’impero. Nel 1453 con la caduta di Costantinopoli nelle mani degli Ottomani, il sultano Mehmet II fece immediatamente sostituire il crocifisso in cima alla cupola con la mezzaluna e trasformò immediatamente questo simbolo della cristianità in una moschea. I lavori di adattamento continuarono, i mosaici bizantini vennero coperti, furono costruiti 4 minareti ed i simboli cristiani furono rimossi per far posto a quelli dell’islam. Santa Sofia è stata una moschea fino al 1935 quando Ataturk la trasformò in un museo; il suo impatto architettonico sulla città è notevole e date le vicissitudini storiche sembra essere il vero simbolo di Istanbul. Unica nota stonata il vergognoso sfruttamento commerciale che ne viene fatto da parte delle autorità cittadine, ingloriosa sorte che e’ toccata pure al poco distante palazzo Topkapi.
Il Palazzo di Topkapi e’ stato tra il 1475 ed il 1855 la residenza dei sultani e la sua visita serve a dare l’idea del loro potere e dello sfarzo del quale potevano godere. La cosa che sicuramente più di ogni altra rapisce la fantasia del visitatore occidentale (soprattutto se di sesso maschile!) e’ l’harem; un luogo che e’ capace di superare perfino l’immaginazione. Basti pensare che si trattava di una parte del palazzo inaccessibile a tutti tranne che al sultano, i suoi figli, i musicisti e gli operai addetti alle riparazioni. Era costituito da 300 stanze nelle quali vivevano circa 1000 donne: ognuna di esse poteva rimanere a far parte dell’harem per un massimo di 9 anni e c’era addirittura una stanza dove le donne si esibivano in danze per convincere il sultano a sceglierle per la notte.
Oltre all’harem si trovano nel palazzo, un hamam, il tesoro, una biblioteca, una moschea, oltre naturalmente a tutto ciò che era dedicato allo svolgimento della vita politica e sociale. Durante i circa 4 secoli nei quali il palazzo fu la residenza di 26 sultani, ognuno di essi apportò modifiche ed ampliamenti, cosicché da un punto di vista architettonico, esso appare come una serie complessa ed intricata di ambienti, spesso di piccole dimensioni, che niente ha a che fare con la grandiosità e le rigorose geometrie dei palazzi europei.

Affascinato dal sufismo e dal valore mistico ed estetico dei dervisci rotanti, la sera decido di andare a vedere l’unico spettacolo che sono riuscito a trovare in città durante il mio periodo di permanenza.
I dervisci rotanti sono dei monaci sufi, una corrente mistica dell’islam, che hanno sviluppato una forma particolare di danza consistente nel rotare su se stessi per periodi che vanno dai 10 minuti alla mezz’ora attraverso la quale riescono a raggiungere uno stato di estasi che consente loro di avvicinarsi a Dio. I dervisci ballano indossando un vestito comprendente una sorta di lunga gonna che con la rotazione si “apre” assumendo una forma “conica ondulata”; tengono le braccia aperte con il palmo di una mano rivolto verso l’alto, a simboleggiare la ricevuta parola di Dio, l’altra verso il basso a simboleggiare la trasmissione della parola di Dio ai fedeli.
Sfortunatamente lo spettacolo al quale assisto e’ una esibizione per turisti che ha luogo in una sala nella stazione dei treni di Istanbul, un luogo che con il misticismo ha ben poco a che fare. Avulso dal suo contesto naturale che e’ quello dei monasteri sufi lo spettacolo non e’ che una misera imitazione ad uso e consumo dei turisti. L’unica nota positiva e’ la stazione stessa! Fermo ad un binario, in partenza, c’e’ un treno che collega Istanbul con Sofia, Bucarest e Belgrado. Camminando lungo il marciapiede ed osservando le carrozze, si scorgono passeggeri che raccontano di un’umanità fuori dal tempo che non trova normalmente spazio nelle storie raccontate dai media, ad eccezione dei film di Kusturica. Uomini e donne di razza slava e zingara con i loro bagagli raccolti in buste di plastica affrontano un viaggio attraverso i balcani portandosi dietro storie destinate a non essere raccontate, storie che al resto del mondo sembrano non interessare. Nessuno dei turisti accorsi allo stesso binario per lo spettacolo artefatto dei dervisci si accorge di questo treno e dei suoi passeggeri. Di fronte al treno, accanto alla sala dove avviene lo spettacolo c’e’ un ristorante sulla cui insegna sta scritto: ORIENT EXPRESS RESTAURANT 1896, e’ semideserto.

Dervisci rotanti che si esibiscono in una sala della stazione dei treni.

L’occasione di mettere alla prova i trasporti pubblici della città si presenta quando decido di visitare Ortakoy che mi e’ stato descritto come ciò che un tempo era un villaggio di pescatori affacciato sul Bosforo, oggi inglobato dalla città e trasformato in una sorta di quartiere latino locale. Per raggiungere Ortakoy dal mio albergo che si trova ad Aksaray, a circa 10 km di distanza, impiego 2 ore. Prima prendo il tram, poi camminando per una arteria molto trafficata mi metto alla ricerca della fermata dell’autobus giusto, impresa non facile dal momento che non ci sono cartelli e mi devo quindi affidare alle indicazioni dei passanti che parlano esclusivamente turco. Con un po’ di fortuna trovo la fermata dove rimango a lungo in attesa del mio autobus. Vengo soffocato da uno smog insopportabile frutto della enorme quantità di veicoli, per la maggior parte sgangherati, in transito per le strade. Alla fine, dopo un tragitto che sembra non finire mai su un autobus malconcio e superaffollato, giungo a destinazione: più che un quartiere latino è semplicemente un luogo pieno di ristoranti e bancarelle di artigianato molto turistico sopra il quale incombe mastodontico il famoso ponte sul Bosforo. L’atmosfera e’ in ogni caso piacevolmente rilassata, bella la vista sullo stretto e molto carina la moschea affacciata sul mare.

Quartiere di Kumkapi, donna che vende lana per strada.

Ho un’ultima mattinata a disposizione prima di partire per l’Italia e decido di utilizzarla per fare una passeggiata nel quartiere di Kumkapi, esteso su una collina che da Ordu Caddesi degrada verso il lungomare Kennedy Caddesi, una zona compresa tra il quartiere di Sultanahmet e quello di Aksaray. E’ un’occasione per immergersi nell’anima popolare della città, quella a più forte connotazione islamica e più strettamente legata alle tradizioni. Ci sono molti bambini che giocano per strada, le solite innumerevoli attività commerciali, gruppi di donne quasi tutte con lo chador sulle porte delle loro case che conversano, altre che vendono lana di pecora presentandola ai clienti distesa su dei tavoli sistemati sul marciapiede. C’e’ anche qualche pecora che gironzola per strada, una addirittura si mette a brucare nel giardinetto di una fumeria di narghilè fra i clienti che, tra un tiro di pipa e l’altro, la carezzano sorridendo e le rivolgono qualche parola che io sicuramente non capisco, chissà la pecora?

Sono queste le ultime immagini che Istanbul mi offre e, confrontandole con tutte le altre che ho accumulato nella memoria, salgo sull’aereo con l’impressione di aver visitato un luogo dalle grandi contraddizioni, in bilico tra tradizione e modernità, tra le aspirazioni europee e la salvaguardia della propria identità islamica e centro asiatica. Tutto questo sembra essere frutto di una grande ricchezza derivante dalle varietà storiche e culturali che costituiscono la matrice di Istanbul e che fanno di questa città una sorta di laboratorio nel quale le diversità vengono armonizzate, nel tentativo di creare un originale modello di sviluppo. Ad ogni modo, anche il semplice fatto di passeggiare per le sue strade consente di immergersi in un’atmosfera fatta di magia ed esotismo che smog, suonerie di cellulari e insegne luminose non sono riuscite ad intaccare; ed è difficile non arrendersi al fascino di questa città che da più di due millenni, incanta tutti coloro che per le ragioni più disparate hanno avuto la fortuna di incontrare sul loro cammino.

© Federico Dini 2008

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~ di Federico Dix su maggio 22, 2008.

3 Risposte to “Istanbul: la città dove l’Asia incontra l’Europa.”

  1. Incredibile…riesci a rendere così nitidi e forti le immagini che descrivi, che sembra di aver visto e vissuto tutto anche noi!
    Non avevo in programma di andarci, ma sicuramente ora Istanbul è tra le prime destinazioni nella mia lista di viaggi da “Traveller”!
    A presto!

  2. Dev’essere una città molto affascinante.
    La foto col bambino è stupenda!

  3. Effettivamente il nostro caro coautore Federuco, ha dato proprio il meglio di sè!!!

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